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giovedì 21 gennaio 2010

007 Casinò Royale



"Scusate, quest'ultima mano stava per uccidermi.."


Solitamente non voglio mai andare troppo sul personale, ma per questo film dovrò fare una premessa poiché ammetto di essere di parte. Prima di tutto c’è da dire che non sono mai stata appassionata dei film di 007, ma questo mi ha preso. La motivazione per cui il film mi è piaciuto penso sia data, in gran parte, dal fatto che ho fatto la comparsa in alcune delle riprese fatte a Venezia. Ho visto gli attori, i retroscena, i vari ciak e le scene poi tagliate. Ho sudato per questo film, per cui forse sì lo apprezzo ancora di più.

Il film è tratto dal primo romanzo di Ian Flemig, qui il nostro famoso agente con la licenza di uccidere acquisisce il suo doppio zero e diventa per l’appunto 007. James Bond (Daniel Craig) è alle prime armi, la trama si sposta dal Madagascar dove possiamo assistere ad un inseguimento in puro stile parkour, per spostarsi alle Bahamas dove l’agente sedurrà l’avvenente moglie di un criminale per avere le informazioni e sventare un attentato. Bond viene inviato a Montenegro, al Casinò Royale, dove vi sarà una tesissima partita a poker organizzata da La Chiffre (Mads Mikkelsen), organizzatore degli attentati; e dove, soprattutto, sarà accompagnato dalla bellissima e impenetrabile Vesper Lynd (Eva Green). Infine il protagonista si sposterà a Venezia, città dell’amore, dove egli decide di rinunciare al suo lavoro per Vesper Lynd di cui si è innamorato. Ma i colpi di scena non sono finiti e nella bellissima città sull’acqua dovrà fare una scelta.
Nonostante Daniel Craig assomigli fisicamente molto di più all’antagonista naturale di James Bond, il russo tagliente e letale, la sua recitazione è veramente buona, egli indaga negli aspetti di inglese gentil’uomo; ma ancora non è il fascinoso James Bond che si conosce, è ancora rude e inesperto. Questa è la sua prima volta.
Non si può non citare la canzone di Chris Cornell che fa da colonna sonora a questo film, e le silhouette iniziali dei vari personaggi accompagnate da picche, cuori, quadri e fiori in vero stile Casinò Royale.

Profumo, storia di un assassino - Perfume: The Story of a Murderer


Ogni profumo racchiude tre accordi. L'accordo di testa, di cuore e infine di base.


Ci troviamo nella Parigi del XVIII secolo, capitale d’Europa e come si dice nella storia anche capitale degli odori, perché è di questo che la storia tratta: del genio degli odori, dell’uomo che aveva un talento naturale per sentir più odori di tutti gli altri e poi di ricrearli in boccette da profumiere. Sto parlando del misterioso Jean-Baptiste Grenouille (Ben Whishaw), che da bambino trovava poco esauriente il parlato poiché al mondo esistevano un’infinità di odori a cui non riusciva a dare un nome.

Senza una madre (che muore per averlo partorito e subito abbandonato) e un padre a fargli da guida, Grenouille cresce senza riferimenti in un orfanotrofio sovraffollato dove poi sarà venduto ad un conciatore di pelli. Qui sotto il duro e faticoso lavoro per un ragazzino della sua età, ma anche per un uomo adulto, sentirà per la prima volta il profumo più buono del mondo e dopo averlo scoperto farà di tutto per diventare profumiere e poterlo ricreare. Perché l’unica traccia da seguire è quella dettata dal suo naso, dall’olfatto e dagli odori che egli ritrova.

Un grande cast ad affiancare il protagonista, per citare due nomi Dustin Hoffman nei panni per profumiere Baldini e Alan Rickman celebre nella sua interpretazione. Pochi i dialoghi, la trama si svolge seguendo il naso di Grenouille che ci porta a vedere ciò che lui sente.

Buone notizie per chi ha letto il libro di Süskind, poiché guardando il film avrete la sensazione di leggere le pagine scritte dall’autore.

Un'Ottima Annata - A Good Year



Max Skinner (Russel Crowe) è un impegnatissimo uomo d'affari della City che all'apice della sua carriera, nel pieno del successo, riceve una notizia che lo porterà a tornare bambino. L'amato zio Henry è morto e Max è l'unico parente prossimo, così prenderà un aereo e volerà in Provenza. Tornando in quei luoghi d'infazia, affiorano in lui tanti ricordi con il tempo dimenticati. Le lezioni di vita del vecchio zio Henry tornano alla mente guardando qua e là i luoghi da lui vissuti. Incontra nuovamente le figure del passato e ne conosce di nuove, prima fra tutte la figlia illegittima di Henry, venuta in Provenza per cercare le sue radici.
Di certo è un film piacevole da vedere in una serata in cui non si ha nulla da fare. Ottimi i paesaggi con le verdi colline e i vigneti della provenza, molto bella la fotografia e i colori del film. La luce e le atmosfere noir fanno pensare di entrare in un altra epoca, rispetto al grigiore della frenetica City londinese. Ma della storia, ahimè, c'è molto poco da dire, particolarmente scontata e prevedibile. Nessun colpo di scena che qualcuno si può aspettare, nessun evento che ti rapisca particolarmente. I dialoghi sono pacati e lenti e alla fine il film non lascia nessuna sensazione, nessun punto di discussione.
I personaggi sono mossi dall'amore: per una donna, il vino, la famiglia o i soldi. Il cinico broker si lascia "trasformare" dalla bella provenzale per diventare vignaiolo, lasciando i vestiti scuri per indossare camice beige e pantaloni trascurati, e al posto di macchine lussuose prima avviene il passaggio in una smart giallo limone e successivamente l'uso di una più ispirata motocicletta.
Abbastanza malinconica la figura del protagonista, il quale potrebbe essere un alterego del Gladiatore (Max/Massimo) il quale tocca i filari dei vigneti come il condottiero nei Campi Elisi. Questa volta, però, egli torna a casa.

Borat: studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan - Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Gloriou


E sia che deve essere una presa per il culo degli Stati Uniti. E sia che non risparmia ne lusinga nessuno. Vada anche per essere un film assurdo. Ma io proprio non l'ho capito. Doveva far ridere per caso? Sì, va bene a qualche battuta ho riso anch'io, ma per la maggior parte m'ha fatto tanta tristezza. So che è voluta tutta la malignità e le sregolatezze, che il perbenismo è proprio fuori luogo eppure non ho potuto fare a meno di uscire dal cinema con un sorriso amaro.
Borat Sagdiyev è un reporter kazako che và negli Stati Uniti per girare un documentario sugli usi e i costumi della nazione, e riportarlo poi in Kazakistan. Su un carretto dei gelati gira, insieme al suo collega, per tutta l'America, con la scusa del documentario, alla ricerca di Pamela Anderson. Scoperta dal giornalista la prima sera in albergo, guardando il serial Baywatch e innamorandosi all'istante della bagnina. Durante il viaggio incontrerà varie persone e situazioni, dalle quali dovrebbe trarre un insegnamento: c'è chi gli insegnerà le buone maniere, chi a vestirsi e parlare cool, chi tenterà di spiegargli l'umorismo americano. Niente di così difficile, se non per il fatto che Borat fallirà in tutte le sue interviste, forse non riusciendo completamente ad integrarsi. E sarà lui a questo punto a lasciare il segno.
La cosa certa è che il protagonista è un persoanggio unico: irriverente, sovversivo, oltraggioso e chi più ne ha più ne metta. Borat è un'evoluzione dei personaggi di Sacha Baron Cohen apparsi nel Da Ali G Show.

Il Diavolo veste Prada - The Devil Wears Prada

Andrea Sachs (Anne Hathaway) è una giovane laureata con il sogno di diventare scrittrice, l’unico suo difetto è la totale mancanza di stile nell’abbigliamento. Per una serie di casualità verrà assunta come assistente di Miranda Priestly (Meryl Streep), guru assoluto della moda e direttrice di Runway. Così la trasandata Andy si ritroverà a fare un vero e proprio patto con il diavolo, che naturalmente veste Prada, poiché, nonostante l’impeccabilità di stile, Miranda saprà rendere la vita della sua nuova assistente un vero inferno.
Essendo questa l’opportunità, per la quale "milioni di ragazze sarebbero disposte ad uccidere", che potrà spalancare le porte ai sogni di Andy, e anche se inizialmente la ragazza avrà un duro scontro con quel mondo altolocato che và contro i suoi principi, passandoci sempre più tempo al suo interno non potrà che rimanerne affascinata. Incantata da scarpe di Jimmy Choos e abiti di Chanel, verrà infine travolta dal life style che impone la rivista di moda, quasi dimenticandosi del mondo all’esterno di questa e forse anche di chi è veramente Andrea Sachs.
Andy cercherà in tutto e per tutto di diventare l’assistente perfetta, modellandosi con look e vestiti appropriati e cercando in tutti i modi di compiacere l’impossibile e algida Miranda. Ma più inizierà a muoversi nello sfavillante mondo della moda, per il quale "milioni di ragazze sarebbero disposte ad uccidere", più si renderà conto che per il successo bisogna fare molti sacrifici. Il favoloso mondo di Miranda in realtà è anche un mondo di solitudine e rinunce verso gli affetti.
Il film di David Frankel è una divertente commedia che ci accompagna da ingenui, come Andy, in un modo sconosciuto e spietato racchiuso all’interno di una rivista. Diversamente dal libro, il film coglie forse la parte più superficiale della protagonista, non mostrando esattamente i suoi pensieri più profondi, ma come non si può adorare una buffa ragazza in un mondo che non le appartiene?
Fantastici sono ovviamente i vestiti e tutti gli accessori, da non dimenticare la città di New York che fa da sfondo ai pellegrinaggi che la protagonista è costretta a fare per accontentare le direttive di Miranda. Ottima è senza dubbio l’interpretazione della Streep nel ruolo della dispotica direttrice del giornale, la quale deve avere tutto sotto controllo e per quanto il personaggio possa essere impossibile e intollerabile, non si può fare a meno che sorriderle.
Il finale, completamente diverso dal libro, nota un tocco di moralità e buonismo, che fa la differenza su quel mondo spietato che conosciamo (o forse no) come moda.

Blood Diamond


La storia si sviluppa verso la fine degli anni novanta, con lo sfondo della guerra civile in Sierra Leone. Parla di un padre Solomon Vandy (Djimon Hounsou), pescatore di Mende, che è stato portato via dalla famiglia e costretto a lavorare nelle miniere di diamanti; e di Denny Archer (Leonardo Di Caprio) ex mercenario dello Zimbawe. Storie e vite completamente diverse, ma tutt’e due gli uomini appartengono all’Africa e uno strano destino farà incrociare le loro vie a causa di un diamante rosa che avrà il potere di cambiare la vita.
Tutto inizia quando Solomon trova il diamante rosa e lo nasconde a suo rischio e pericolo, poiché anche se potrebbe costargli la vita, riuscirebbe a salvare la sua famiglia e soprattutto evitare che suo figlio diventi un bambino-soldato. Dall’altra parte Archer, che si guadagna da vivere scambiando armi con diamanti, scopre dell’esistenza del diamante che ha scoperto Solomon e cerca di mettersi in contatto con lui, poiché quel diamante rappresenta la via per andarsene dall’Africa e dal circolo vizioso di cui è partecipe.
Nel mentre si aggiunge la giornalista americana Maddy Bowen (Jennifer Connelly), donna piena di ideali che sta svolgendo un’indagine per scoprire cosa e chi si cela dietro ai diamanti insanguinati, trovando Archer come la fonte di notizie perfetta per il suo articolo.
Con l’aiuto di Maddy, i due partono in un viaggio pericoloso attraversando i territori dei ribelli per recuperare il diamante rosa nascosto da Solomon. Ma con il susseguirsi degli eventi per Solomon le priorità cambieranno, e mentre Archer avrà bisogno di quest’ultimo per avere il diamante, per Solomon, l’unico a conoscere dov’è nascosto, il viaggio sarà alla ricerca del figlio.
Dopo aver passato l’impatto iniziale degli orrori della guerra, ma soprattutto delle scene in cui i bambini vengono addestrati al combattimento impugnando armi, il film rivela avere una buona storia. È un viaggio verso la libertà, con i suoi pericoli e le varie tappe da affrontare. Durante questo viaggio qualcuno rimane indietro, qualcun altro abbandona, ma nonostante la guerra che fa perennemente da sfondo in modo aggressivo, il tutto succede in modo sereno. Momenti di pura tensione si alternano ad altri più introspettivi. Man mano che andiamo avanti scopriamo la storia e approfondiamo lo vero spirito dei due personaggi, così diversi ma entrambi così disperati e desiderosi di voler cambiare vita.
In mezzo a tutto questo lo scenario dell’Africa che non si può fare a meno di ammirare, con i suoi paesaggi spettacolari; una terra selvaggia comunque come gli uomini che la abitano e che, come si dice nel film, è un paradiso, o meglio quando finirà la guerra lo diventerà davvero.
È una storia classica quella che ci porta sulla scena Edward Zwick, pur continuando ad essere un film di denuncia. C’è lo scudiero che diventa re e il personaggio ambiguo che deve redimersi con una buona azione; ci sono intrighi di potere, e i pochi, ma buoni, che combattono le ingiustizie pieni di valori e ideali quasi dimenticati.

La ricerca della felicità - The Pursuit of Happyness


Il film parla del sogno americano ma è raccontato da un italiano (Gabriele Muccino) ed è forse questa la grande differenza rispetto ai film americani che siamo abituati a vedere. Il protagonista Chris Gardner (interpretato da Will Smith) insegue un sogno. Egli non è il classico padre che sacrifica tutto per il figlio, unica cosa che gli rimane; ma anzi perde casa, moglie e soldi per inseguire il suo sogno. Ma poiché ci crede, resiste, è convinto e spera in questo modo di poter offrire un futuro migliore a suo figlio e a se stesso. Anche quando è costretto a non avere più un tetto sulla testa, quando ormai la situazione diventa disperata, si prende carico di tutte le sue responsabilità facendo credere al figlio Chris, che sia soltanto tutto un gioco.
Nonostante si insegua una speranza, il film rimane molto legato alla realtà. Ed è quando perderà tutto, anche gli scanner medici che vende negli ospedali, unica sua fonte si sostentamento, che lo spettatore inizierà a chiedersi se il film avrà un lieto fine, rimanendo così con il fiato sospeso, pur non essendo un film d’azione, fino agli ultimi minuti. Nonostante l’aspetto tragico che può avere questo film, la presenza perenne del figlio (interpretato dal vero figlio di Smith) porta il sorriso e una nota di ironia che rende piacevole la storia e fa scappare anche qualche risata.
A far da sfondo al percorso in salita che deve affrontare il protagonista, la città di San Francisco, una tra le poche città con la sua caratteristica peculiare, da riconoscerla immediatamente. I vari personaggi della città si spostano all’interno di questa e li ritroviamo spesso nei vari luoghi dove si reca il nostro personaggio. Si pone in continuazione e si accentua il perenne contrasto tra quartieri poveri e ricchi, in cambi di scene che portano al cambio di stile di vita del protagonista.
È un film che parla di sentimenti e penso che la semplicità e la forza di questa storia sia nel trasmettere emozioni, magari non per tutti potrà apparire un bel film, qualcuno potrebbe trovarlo non appagante o un po’ banale, cosa che io comunque non credo, può piacere o non piacere, non credo ci siano vie di mezzo; ma la cosa essenziale è l’emozione.